Gli studi di neuroscienze confermano un’intuizione che gli insegnanti hanno da sempre: leggere ad alta voce rafforza in chi ascolta il senso di sicurezza, di empatia e influisce positivamente sulle competenze linguistiche e sulla socializzazione. È per questo che all’interno della nostra comunità educante sono sempre più numerosi i docenti che dedicano parte dell’orario settimanale a laboratori di lettura ad alta voce, come ci racconta la maestra Cristina Leo.
“Si impara a leggere a circa sei anni e non si dimentica più. Quante volte ci capita di sentire questa frase, come se un bambino, una volta appreso il meccanismo della lettura, possa continuare per conto proprio a leggere per esercitarsi e per acquisire nuove conoscenze”: la maestra Cristina è un fiume in piena quando le chiediamo di raccontarci che cosa rappresenta per lei l’ora di lettura ad alta voce e non le sembra affatto banale o scontato specificare che insegnare a leggere bene, rispettando i parametri prosodici del testo come l’intonazione o il ritmo, è qualcosa che serve a dotare gli studenti di uno dei principali strumenti di decodifica del pensiero umano.
“Le abilità di lettura condizionano in modo notevole le esperienze che ciascuno farà nella vita. Leggere, perciò, non serve solo a comprendere vari tipi di testo o a rilassarsi con un bel romanzo. Serve in ogni istante della vita”. Ma che cosa succeda concretamente in classe quando l’insegnante legge ad alta voce e quali processi neurologici e cognitivi si attivino nei bambini, la docente ce lo spiega così: “Nella nostra scuola far amare la lettura e i libri è un obiettivo prioritario, in ogni ordine di studio, dalla primaria al liceo; insegniamo le tecniche di lettura a partire dai primi anni, ma affianchiamo costantemente a queste procedure l’ascolto attivo anche quando il bambino ha imparato a leggere da solo. Colleghi delle medie e del liceo mi confermano che anche i ragazzi più grandi mostrano una partecipazione più consapevole alle proposte di lettura, e quindi di contenuto, se mediate attraverso questa pratica. Dal punto di vista cognitivo, gli studi più recenti sottolineano che la lettura ad alta voce esalta aspetti come la qualità della voce, l’intonazione, la musicalità che si rivelano decisivi nell’attivare processi di empatia all’interno del cosiddetto sistema specchio, aspetti che nella lettura silenziosa vengono, invece, totalmente sacrificati”.
Nemmeno all’occhio più distratto sfugge l’atmosfera di complicità e serenità che pervade la classe durante queste lezioni: “Quando leggo un racconto oppure quando faccio vedere le immagini di un albo illustrato narrandone la storia, i bambini si siedono per terra, accanto alla cattedra, e mi ascoltano fino alla fine; poi cominciano a spiegare l’idea che si sono fatti a partire dal racconto, si confrontano, chiedono a loro volta delucidazioni e affrontano i vari argomenti che escono, letteralmente, dal testo”.
Le domandiamo, infine, se concordi col Prof. Federico Batini, docente di Pedagogia sperimentale all’Università degli Studi di Perugia, quando afferma che la lettura ad alta voce è un’espressione di democrazia cognitiva: “Sono perfettamente d’accordo, quando ci si trova nelle prime fasi dell’acquisizione del saper leggere, lo sviluppo delle abilità di comprensione del testo e quello delle abilità di lettura non viaggiano di pari passo. Un bambino alle prime armi nella lettura leggerà bene frasi semplici, ma magari non riesce a comprendere cosa sta accadendo nella storia: ecco allora che interviene l’adulto attraverso la lettura ad alta voce. Citerei a tal proposito un’altra studiosa, Susanna Del Carlo, che ribadisce quanto la lettura di libri ad alta voce rappresenti una delle attività più importanti che gli adulti possano praticare affinché i bambini sviluppino il linguaggio orale e le abilità alfabetizzanti definite come emergent literacy skills, necessarie al successo non solo scolastico, ma nella vita”.

